Un’idea diventa impresa? 8 punti per sapere come.

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Mai come negli ultimi tempi, la parola “impresa” è stata così utilizzata. Il problema è che nella maggior parte delle volte la si usa in maniera decisamente poco positiva. Si parla ogni giorni di imprese che sono in difficoltà, imprese che chiudono, che riducono, che hanno un credito con lo Stato, che subiscono una pressione fiscale sempre maggiore, e tutto il resto.

Ma c’è un altro scenario che però attesta una situazione completamente opposta che vede nell’impresa la chiave con la quale è possibile affrontare una situazione di mercato e di posti di lavoro sempre più inedita e drammatica. Mi riferisco a tutto lo scenario che viene costantemente costruito attorno al panorama delle “nuove imprese”, le startup. Imprese che prima non c’erano e che oggi vengono incoraggiate a tal punto da assistere ad un frequente fenomeno di nascita di nuove applicazioni professionali che ed evito di definire nuove professioni perché lo ritengo un azzardo.
E tutto – al solito – gira attorno a parole nuove che si riferiscono ad ambiti estremamente indefinibili proprio perché – forse – si tratta di concetti nuovi. Startupper, incubatore, mentor, sono tra queste e certe volte concorrono più a disperdere significati piuttosto che chiarire funzioni.

Fatto è che nel momento in cui fare impresa ha assunto il suo significato etimologico, cioè intraprendere un percorso rischioso al fine di raggiungere un obiettivo soddisfacente, anziché evitare di far commettere a qualche giovane l’insano atto di costituire un’impresa, lo si incoraggia con la descrizione di un mondo in cui una buona idea può costituire un’iniziativa imprenditoriale.
Non parlo in astratto, parlo grazie a delle esperienze che negli ultimi mesi ho vissuto nell’incontrare dei “creativi” con una buona idea in mano, e con i quali ho conversato proprio della modalità con cui un’idea può diventare un’impresa.

A parte la mia convinzione con la quale attesto in maniera neanche troppo timida – nelle occasioni adeguate – che chi decide oggi di creare un’impresa deve essere cosciente che sta facendo un’operazione che potrebbe non perdonare neanche i piccoli errori, ritengo comunque questo incoraggiamento assolutamente adeguato ai tempi, in cui preferisco considerare come nuovo mercato quello che tutti chiamano crisi (questo mi disponde a non aspettare che passi il momento ma piuttosto a sfruttarlo).

Praticamente è come dire che in un’era in cui le imprese soffrono, farne una è la cosa migliore – soprattuto per un giovane – per crearsi un lavoro. Sì, in effetti detta così la questione è pregna di follia, ma ha una chiave di lettura, assolutamente non forzata, che giustifica tutto.
È frequente infatti che qualcuno si accorga di avere una buona idea ed è sempre più frequente che decida di farne un business, ma come si fa a capire se davvero può generare del profitto? Se può creare lavoro per sè e per altri anziché passare le giornate a distribuire il proprio curriculum?

Innanzitutto farsi delle domande, come sempre, è uno dei sistemi che “mettono alle corde” attori e trame di una possibile storia, trovare delle risposte è il primo atto di fare impresa.

1. Diventare spettatori della propria idea.
Sono troppe le occasioni in cui si incontra qualcuno che cammina ad un palmo da terra perché crede di aver avuto l’idea che cambierà il futuro. Scendere sulla terra in questo caso è fondamentale, estraniarsi dalla propria idea e vederla come spettatore è necessario, prima ancora di calarsi nel ruolo dell’utente, del target cui si vuole proporre la propria inconfutabilmente rivoluzionaria idea. Lo spettatore e l’utente sono due stati decisamente differenti: il primo passa veloce, va fermato in poco tempo e va informato con poche parole di quello che sta ignorando; il secondo è il primo che decide di provare l’effetto dell’idea che gli viene proposta. Detto così è facile, ma fermarsi a considerare ogni momento che va fatto digerire al singolo è un’operazione titanica.

2. Verificare quante energie occorrono per farla capire.
Ed eccoci qui: individuare la scena dove agire, riconoscere chi tra i tanti – tutti differenti – inconsapevolmente ha necessità della proposta che si vuole presentare, rallentarlo quel poco tempo che occorre per chiarire cosa è e a cosa serve la propria idea e perché è utile per lui, farlo utilizzando le parole giuste a tal punto da ottenere la sua attenzione e quindi più possibilità di avere il suo interesse, portarlo ad approfondire e quindi a provare. Ecco, queste sono tutte operazioni fondamentali e necessarie per poi arrivare a far funzionare la propria idea, bisogna prevederle.

3. Evitare di essere il target della propria idea.
Tante, troppe idee nascono dal «a me farebbe comodo, quindi anche a quelli come me». Pericoloso: il target di cui ognuno di noi fa parte non arriva neanche ad identificarsi con la propria cerchia di amici, anche lì infatti c’è sempre qualcosa che differenzia ognuno di noi solo che in quel caso l’amicizia livella tutto, mentre nel mercato no, le regole per cui un panorama di persone è target vanno molto oltre le visioni sentimentali tra persone. Quindi se è vero che poi bisogna fare lo sforzo di cui al punto 2., meglio forse pensare qualcosa di cui non siamo quelli che ne avvertono l’esigenza ogni giorno. Sì,  è difficile, ma del resto se si pensa alla propria professione, i clienti quando arrivano hanno il loro motivo che, tranne rare coincidenze, non ci vede mai target. Eppure di progetti ben fatti per i propri clienti, si vive.

4. Le idee non si replicano.
Notare che qualcosa funziona perfettamente per un settore di mercato e pensare di trasferire lo stesso format in un altro settore è un’operazione che tende a fallire. Le idee che funzionano di più, che generano profitto, sono qualcosa che non esisteva in precedenza e che nasce per una determinata operazione in particolari condizioni e nessuna situazione di successo sul mercato è l’esatta replica di un’altra.

5. Chi ci guadagnerà?
La risposta non è la mia impresa. La risposta è chi usufruirà dell’applicazione dell’idea per cui ho creato un’impresa. Nessuna persona di ogni ordine o grado strategicamente utile alla tua idea sarà interessata se non nella misura di un ipotizzabile ritorno economico o generica convenienza. Non basta quindi essere convinti di poter fare affari con la propria idea senza provvedere anche alle sorti di un indotto. Un aspetto fondamentale per cui un’idea creativa diventa anche un’impresa è creare una lobby tra chi è indispensabile alla riuscita dell’operazione. Se poi si riesce a creare una lobby, anche numerosa, tra gli utenti finali, la vittoria è assicurata.

6. I soldi prima di tutto.
Bandi di finanziamento a fondo perduto e ogni altro tipo di entrata di risorsa economica per le startup non sono molto diversi da quelli che si erogano per altri tipi di imprese. Quando qualcuno bandisce rimborsi del 40% – e lo fa seriamente – li erogherà a spese avvenute. Questo vuol dire che intanto gli investimenti vanno fatti, devono essere congrui alle richieste e pagati di propria tasca. Dopo di questo chi ha bandito la cosa verificherà che tutto corrisponda a verità secondo il bando e da lì procederà a restituire il promesso: il 40%. A volte questo accade in tutta comodità ed in termini di tempo ci vorrà tanto quanto occorre all’investimento per essere esecutivo più il tempo che ha dichiarato l’appaltante per restituire i denari. Ah, dimenticavo: il 60% non te lo ridarà nessuno.
In sintesi. Se devo spendere 10mila euro devo averli a disposizione subito, poi quando avrò fatto tutto qualcuno mi ridarà 4mila euro e 6mila ce li metto io. Credo serva moltiplicare un po’ ma il discorso rimane lo stesso. Per avere una base solida meglio fare qualcosa che con o senza bandi di finanziamento si riesce a fare lo stesso. Se poi arrivano dei rimborsi, meglio.

7. I creativi devono conoscere la matematica.
Credo che chiunque oggi riesca a galleggiare su un mercato così in tempesta è definibile come “creativo”, tuttavia si intende con questo termine una particolare tipologia di persone capaci di avere delle idee innovative. Aggiungo il fatto che la condizione necessaria è aver studiato per fare questo. Tendenzialmente, specialmente se giovani, questi creativi come prima mossa preparano un dettagliato layout della propria idea in maniera del tutto creativa appunto, cioè basata su innovativi funzionamenti e meccaniche end-user senza considerare tutto quello che va fatto per arrivare a questo. Il rischio è che molte volte il gioco non vale la candela pur avendo avuto un’idea decisamente innovativa, ma si è troppo offuscati dalla propria idea per mettersi lì e tradurla in numeri, per di più con il rischio di inciampare in una delusione.

8. Siate folli, ma occhio alla fame.
Non ce ne voglia il caro Jobs, ma “siate affamati, siate folli” oggi non suona così innovativo, semplicemente perché per la prima parte della sua celebre frase non occorre fare uno sforzo per convincere chicchessia. Ciò non toglie comunque nulla ai folli, proprio perché oggi impegnarsi per la propria ambizione, un progetto in cui credere, qualcosa su cui spendere tutto il tempo a disposizione compreso quello altrimenti dedicato al sonno è davvero una roba da folli. E da folli sarebbe anche non farsi i conti prima di infilarsi in qualche vicolo cieco. È vero, le banche non danno soldi in maniera facile, ma forse certe volte è meglio così, altrimenti di disperati con i debiti verso gli istituti di credito ne avremmo davvero tanti. E non servono anche loro oggi.

A conti fatti avere un’idea e farla diventare un’impresa è davvero un’impresa. Un aspetto della questione è proprio questo, estremamente delicato, crudele – se vogliamo – perché obbliga a dover frenare gli entusiasmi di una buona attività celebrale per considerare aspetti del tutto impersonali. Ma avere un’idea non è una gran merito, a parer mio, lo è  piuttosto averne una. Cercare di emulare situazioni esistenti con la voglia di avere subito a che fare con un introito tale da risolvere i problemi tutti e subito, presenti e futuri della propria condizione, non è una cosa così saggia.
Dunque, non si fa nulla? Tutt’altro invece, solo che sul mercato anziché guardarsi allo specchio ed essere felici di piacersi, bisogna guardarsi e chiedersi quanti saranno positivamente colpiti nel vedervi quel giorno in giro e quanti no. Se saranno in tanti a rimanere colpiti, allora la vostra intima soddisfazione nel piacervi sarà davvero il momento di farla uscire fuori.

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