Startup, solo se spinoff?

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Qualche giorno fa mi ha colpito un articolo che illustrava il premio “Start-up dell’anno” organizzato da PniCube. Fermo restando che proprio chi ha organizzato il premio è un’associazione-incubatore di realtà accademiche italiane, mi ha colpito il dato che vede queste imprese startup come spinoff di università, accademie e simili. Appunto, nessuna stranezza visto il profilo di chi ha indetto il Premio.

Dopo aver letto mi sono trovato a ripensare a quel dato e ho volutamente generalizzato un po’ chiedendomi appunto se per essere startup bisogna essere spinoff di qualche nota o organizzata realtà. O meglio, per essere tra quelle più significative. Ora mi sono incastrato in questo pensiero e ho cominciato a condurre uno studio empirico il cui report, nel caso significativo, vi riporterò. La piccola perversione che ho notato nasce da questo. Il titolo dell’articolo su cui ho trovato descritta l’edizione del Premio “Start-up dell’anno’ recitava “[...] i giovani scoprono la voglia di impresa” (Affari e Finanza – Repubblica 28/05).
Per capire alcune sfumature in genere utilizzo la tecnica di cercare delle definizioni di ciò che devo capire e provare ad approfondirle. Nel nostro caso spinoff può essere una particolare area di un’azienda che viene distaccata da questa per diventare una realtà autonoma, in cui però partecipa l’azienda madre e che eredita il know-how raggiunto fino a quel punto. Uno spinoff, però, può anche essere un’iniziativa di un gruppo di persone che, ognuno con il proprio know-how, si aggregano per dar vita ad una nuova realtà che veicoli la competenza somma di tutti gli attori coinvolti.

Ho notato che nella maggior parte dei casi si parla di spinoff secondo il primo significato che ho descritto e infatti i casi delle imprese premiate nel premio di cui ho parlato, risultano iniziativa di atenei o simili.
Proprio per non essere frainteso circa l’esempio che sto citando, voglio ripetere che quanto scrivo non critica minimamente le iniziative premiate, anzi, vi invito a leggere l’articolo e trarne tutti i positivi spunti che suggerisce. Vorrei invece scrivere queste poche righe per pormi una domanda – senza necessariamente trovare una risposta (a volte bisogna porsi prima bene la domanda altrimenti non se ne trova risposta). Dunque, si è facilitati come startup se si è spinoff di qualche realtà consolidata? Voglio dire, il titolo che ho riportato la dice giusta oppure “i giovani” che cita sono la punta dell’iceberg? Insomma, chi ha voglia di impresa sono loro o chi li incoraggia?
Personalmente sono portato a credere alla prima, non solo per positivo buonismo nei confronti dei giovani stessi, ma per senso di realtà: quando ho avuto voglio di fare impresa io, a 26 anni, l’ho fatta senza spinoff (è evidente che c’era meno necessità di questi meccanismi e soprattutto non esistevano in maniera così diffusa). Certo, la considerazione che viene per prima in mente è quella di pensare che, se ci sono delle realtà strutturate dietro, tutto diventa più facile e si pensa ad una produttività già organizzata, un sistema di comunicazione già strategico o cose simili. Nella maggior parte dei casi tutto questo non arriva al pubblico finale, che percepisce invece un’identità fortemente autonoma dell’impresa startup che non lasci sospettare la presenza di altre strutture – più grandi – dietro. Dal canto mio, non vedo neanche male i casi in cui tutto è dichiarato, del resto una grande realtà che si fa promotrice di una sua nuova area come autonoma è un sistema che sul mercato non è affatto inedito e genera indiscussi vantaggi.

La cosa che mi solletica di più è invece condurre il mio studio sulle startup di realtà medio-piccole, anzi piccole, che hanno pensato che con l’unione si fa la forza, con un’unione di impresa creativa, strategica e ragionata e voglio eleggere a migliori startup proprio quelle che si sono “fatte sole”. Mi spiego meglio. Nessun grosso gruppo dietro o consolidata realtà già ben conosciuta, ma una consapevolezza di avere competenza che, complementare a quella di altri, possa strutturare un’impresa. Mi chiedo spesso cosa possa essere una realtà in cui un’azienda di vini, un’agenzia di comunicazione, invece di un produttore di complementi d’arredo, si costituiscano come qualcosa di davvero nuovo (ovviamente è un esempio).

Certe volte  penso che davvero molta creatività di cui ha bisogno il mercato delle imprese per rinascere non sia necessariamente realizzare quel particolare software o processo tecnologico avanzatissimo, ma rivedere l’iniziativa made in Italy come il risultato di tante piccole somme creative.

Pubblicato su Fanpage d’autore 4/06/2012

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