Start-up o restart. Ho un’idea. Fondo un’azienda o ne rilancio una che già c’è?

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Chiunque segua, seppur non costantemente, tutto quello che si dice circa il “mondo impresa” in Italia non può non aver incontrato una certa frequenza nel trattare i temi delle iniziative start-up. Chi segue il tema con assiduità ha, invece, ben chiaro tutto il dibattito in atto che palleggia su social network, media, eventi e così via.
Non è sbagliato, secondo me, definirlo un vero e proprio fenomeno in cui le start-up sono attualmente gli attori principali di uno scenario in cui la “voglia di fare” è il risultato di un mix tra tutti gli aspetti della creatività unitamente a quelli del “fare impresa”. Idee nuove, anzi, innovative che altro non aspettano se non il riconoscimento di un mercato che, ammettiamolo, non è più in crisi, piuttosto è diverso. Diverso perché in esso sono diverse le meccaniche di funzionamento rispetto a quanto in essere fino a qualche tempo fa.
Non c’è crisi dunque? Sì, sì, c’è n’è tanta, ma non è più la crisi “classica” cui tutti si rifanno per giustificare un mercato che non li segue più, è una crisi causata da una fortissima carenza di idee di restyling del modo di costruire il mercato. Mi domando quante, tra le tante aziende che purtroppo chiudono, lo fanno per un invecchiamento del loro sistema di proporsi al mercato o per aver tentato un riposizionamento non andato a buon fine. A di là del motivo per cui questa seconda ragione si verifica, credo sia da considerare positivo l’atto di coraggio del “restauro” del proprio core-business. Un esempio chiaro ce lo fornisce la Ma-Wood, realtà friulana che è passata dalla produzione di sedie alla produzione di occhiali di design, un esperimento di successo studiato e realizzato unendo il know-how di produzione consolidato dell’azienda al know-how di chi progetta (guarda caso il prodotto W-eye è una linea di occhiali in legno). Secondo, dunque, un marketing veramente diretto in cui – per avere successo – non è sufficiente avere una buona idea, ma sapere se risponde ad una reale domanda del mercato, aggiungo io, capitalizzando il proprio “saper fare”.

Ma torniamo alle start-up. Lo scenario, dicevamo, è composto da un patchwork di situazioni che vedono incoraggiare gli spunti di genialità al fine di far nascere una nuova generazione di imprese che possiedono all’origine le dinamiche di un rinnovato mercato e per questo adatte fin dalla loro costituzione ad affrontare, appunto, lo stesso mercato. Lo ammetto, sono rapito da questa dinamica e lo sono in maniera estremamente compiaciuta perché vedo in tutto questo l’atto di quanto ho eletto a personale convinzione da tanto tempo. Del resto questa è una creatività che, naturalmente, è propria di una generazione di giovani che, comunque, sono figli del grande processo del Made in Italy, vale a dire di una creatività riconosciuta da più generazioni in tutto il mondo.
Ma ci sono dei “ma”. Pur continuando a mantenere un trend personale estremamente convinto della bontà di questo processo, da un lato non faccio che interrogarmi da un po’ di tempo su un aspetto. L’Italia fa i conti con una realtà che vede tantissimi imprese arrivare alla costrizione di dover ridimensionarsi e, peggio ancora, dover chiudere. Togliendo, ovviamente, i casi di quelle imprese che meritano tassativamente di essere rase al suolo (e mi riferisco a gestioni di impresa poco pulite, corredi di insoluti, personale mal considerato e così via) mi chiedo, quindi, se si fa più sforzo a creare una realtà nuova piuttosto che prendere qualcosa che esiste e trasformarla in una realtà che più che nuova è rinnovata.
Mi spiego meglio. L’Italia da sempre è imprenditorialmente il territorio della Piccola e Media Impresa, un panorama vastissimo di piccole aziende che vivono da generazioni facendo in modo che il passaggio dall’una all’altra sia sempre stato occasione di crescita, un modo di “fare impresa” che ha portato alla costruzione di sistemi di know-how estremamente creativi che sempre hanno incoraggiato un mercato dominato dall’innegabile regola “libera concorrenza in libero mercato”. Sempre eliminando le mele marce, questa meccanica ha costantemente generato la competitiva crescita tra le imprese stesse, fino ad arrivare a specializzare il proprio know-how sempre di più, addirittura approdando a generare casi di specializzazione non concorrenziale proprio perché unica sul mercato. Di casi ne abbiamo davvero tanti.

Oggi arrivano le start-up, una nuova generazione di imprese (o future tali) che devono sottoporsi a due processi obbligatori: 1) proporre un’idea creativa a tal punto che possa sostenere un mercato, 2) organizzare un’impresa in ogni suo aspetto assolutamente non creativo.
“Fare impresa“ è un’operazione che in Italia sopporta una serie di prove estreme in cui, la maggior parte delle volte, il tempo fa da padrone. Ci vuole tempo per vedere un investimento tramutarsi in profitto, ci vuole tempo per vedere un mercato che reagisce ad uno stimolo, ci vuole tempo per studiare gli stimoli che arrivano dal mercato e tradurli in offerta, ci vuole tempo per costruire un know-how competitivo, ci vuole tempo per farsi una posizione bancaria, insomma, ci vuole tempo. E al tempo si aggiungono altre caratteristiche.
Il quesito allora nasce davvero spontaneo. Perché non ereditare parte di queste caratteristiche da un’impresa che esiste già e trasformarla, anzi direi evolverla in qualcosa di più attuale, che risponda meglio ad un mercato cambiato? Perché non applicare quella stessa creatività che tanto è indispensabile ad una start-up su una realtà che comunque possiede già un know-how, un “saper fare”, che comunque è già avvezza e ha già elaborato una sua cultura d’impresa, che ha già un panorama di concorrenti che altro non sono se non lo stimolo a superarli?
Bisogna ammettere – qui solo a titolo si spunto per successivi approfondimenti – che se da un lato è il caso di incoraggiare queste start-up dall’altro andrebbe parallelamente fatta l’operazione di parlar chiaro loro, di informare che l’aspetto creativo è innegabilmente stimolante, ma metter su un’impresa è davvero, oggi, un’impresa. Chi parla di start-up dovrebbe sempre corredare il messaggio di questo aspetto al fine di evitare l’illusione che una buona idea sia sufficiente a fare di per sé un buon mercato.

E infatti a lato del grande palcoscenico delle start-up esiste anche la realtà – seppur numericamente più modesta – dei tanti bandi di finanziamento che incoraggiano le imprese già esistenti a rinnovarsi, iniziative pronte a finanziare l’innovazione. Eppure in questi ambiti se da un lato non è raro trovare proposte di imprese che, al limite della disperazione, cercano di proporre progetti di innovazione che di questo aspetto non hanno proprio nulla, dall’altro troviamo enti finanziatori che invece alle imprese chiedono regolarità pregresse di anni che una start-up – proprio perché start – non può avere.
Mi chiedo, al limite della risposta provocatoria, quanto potrebbe ricevere in termini di riconoscimento economico uno startupper o un gruppetto di essi da un’azienda che ha le possibilità di essere riconosciuta come congrua per la partecipazione a queste iniziative ma che è completamente vuota di progetti che rispondano alla definizione di innovazione.
Del resto non a caso la parola start-up molte volte fa il paio con la parola spin-off proprio perché sovente queste idee di innovazione sono iniziativa di grandi aziende che scelgono di “trainare” un messaggio nuovo dimostrando una dinamica che può essere svelata anche a realtà più piccole ma molto più numerose.

E questo mi propone sempre più spesso di interrogarmi su cosa potrebbero fare gli starttuper se dedicati al restart di imprese più che allo start di nuove, se insomma è il caso di cominciare a creare una scelta da rivolgere ai “creativi” tra start-up o restart in maniera più convincente.

Pubblicato su Fanpage d’autore 05/09/2012

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