Spending review e comunicazione elettorale. Ecco le cifre vere.

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Quando i media diffondono informazioni in genere siamo tutti spettatori, riceviamo cioè delle notizie che sono genericamente distanti da noi. Non tanto perché non ne siamo attori principali, vale a dire che la notizia parla di noi, ma perché non siamo degli esperti, dei conoscitori del tema di cui si parla. Sì, è vero, molte persone anche se sono così distanti, si lanciano in interpretazioni, critiche e osservazioni sulle stesse informazioni, ma per lo più delle volte rimangono delle bolle di sapone che si diffondono poco dopo, e proprio perché prive di qualsiasi fondamento se non un proprio popolare parere.

Diverso invece è quando ascoltiamo o leggiamo qualcosa che chiama istantaneamente in causa il nostro sapere, e mi riferisco a qualche informazione che tratta un tema in cui siamo ben inoltrati, già solo perché è proprio parte della nostra professione. È evidente che il parere di un medico specialista sul ritrovato risolutivo di una data patologia è più autorevole di quella di un altro professionista, e questo è innegabile.
Ecco che stamane ero in macchina e leggo come di consueto delle notizie. Da qualche settimana evito di assistere alle trasmissioni televisive, quella roba mix tra talking di nuova generazione e tribune politiche anni ’80, e ieri sera ho fatto lo stesso. Non sono riuscito però a sfuggire all’articolo apparso stamane su Repubblica che appunto racconta della puntata di ieri sera di Piazza Pulita. Siccome, e lo sapevo che erano lì, tratta del confronto tra i candidati sindaco di Roma, l’ho velocemente fatto scorrere sull’iPad che alla fine dell’articolo ovviamente si ferma e mi fa il fermo immagine su queste 3 righe conclusive “Infine le spese elettorali. Marchini dichiara 600 mila euro, quasi tutti di tasca sua, e afferma che rinuncerà allo stipendio di sindaco, Marino 200 mila euro, da finanziatori privati con un tetto ognuno di 10 mila euro. De Vito meno di diecimila euro. E Alemanno 700 mila euro”.

Sobbalzo e rido. Ecco qui, hanno chiamato in causa qualcosa di cui io conosco bene tutto, come il medico di prima e la sua patologia. Esperienze che ho avuto nella comunicazione di campagne elettorali – dello stesso livello – mi suggeriscono le mie considerazione, proprio quelle che mi hanno portano a ridere.
Mi sono sempre occupato ovviamente di quanto per me è professione, la comunicazione, e un velocissimo screening di quanto so e ricordo mi ha estraniato dal traffico poco dopo che ho letto. La comunicazione in una campagna elettorale non è semplicemente una bella foto su un manifesto più o meno grande o su un bigliettino, le manine, finalizzato ad essere portato in cabina elettorale ed essere copiato. No, in queste campagne, vale a dire il sindaco di una metropoli, le cose sono davvero diverse e soprattutto nelle cifre. Esistono affissioni di svariato tipo, oltre che abusive, statiche e dinamiche, esiste la comunicazione online tra siti web e social media marketing, esistono incontri con pubblico di diverse caratteristiche, esistono le presenze sulla carta stampata, e tante, tante altre cose che neanche si vedono ma che esistono, che riportano ad un candidato senza, a volte, neanche nominarlo. Si chiama strategia e quando questa attinge alla comunicazione, tutto si amplifica.
Sì, perché in una campagna elettorale non devi colpire la maggior parte del tuo target, devi colpire tutto il tuo target; la differenza è sostanziale.
E come mi disse una volta un amico che conosce bene il mio lavoro e le campagna elettorali di ampio respiro, «non ci si può permettere di non fare qualcosa o di farlo male». In campagne elettorali, ho capito per esperienza, non esiste un budget da non superare, esiste un obiettivo da raggiungere. Punto.
E se è vero che, per i piccoli centri, conta molto il passaparola, la conoscenza diretta, in una metropoli conta tanto quanto la necessità di farsi conoscere da tutti.
Per questo le cifre evidentemente non sono quelle di cui hanno parlato i tre signori videoripresi. Facciamo qualche esempio.
Parliamo del costo di spazi di affissione dinamica (autobus, tram) e statica (maxi affissioni e simili). Comparire sul retro di un autobus o sulla sua fiancata, più o meno grande, non costa meno di 50/70mila € per un paio di settimane; entrare negli spazi nelle metro varia dai 15 ai 20mila € sempre per due settimane; le maxi-medie affissioni si aggirano attorno ai 40mila€; semplici banner sui siti dei quotidiani, per una settimana, si attestano su una media di 3/5mila€. Per mettere faccia, nome e simbolo sulle paline delle fermate degli autobus anche qui si parla di oltre 10mila €. Si potrebbe proseguire ma cambiamo area. Internet. Quelli che si vedono non sono propriamente siti fatti dal nipote bravino di un amico del candidato, ma da agenzie in cui tutto viene bene perché lavorano team di esperti, oggi ancor di più perché bisogna integrare vari strumenti: il sito con i social network, con le newsletter, con i blog. Facebook, per quanto economico, per fare delle pianificazioni promozionali, si fa pagare e più click si hanno, più si paga. E i click non devono essere fermati.

A tutto questo è il caso di aggiungere quella che noi chiamiamo creatività. Ecco, le campagne elettorali spesso appaiono brutte, ma siccome in comunicazione non vince quello che è bello, ma quello che funziona di più, anche qui bisogna far intervenire degli esperti, delle vere e proprie strutture ed anche in questo caso difficilmente compare l’altro nipote bravino del fratello di un amico. Se poi diciamo la parola spin-doctor, tutto esplode ancor di più. Anche qui le cifre hanno qualche zero inconsueto.
Insomma se si moltiplicano e addizionano tutte queste poche – perché poche sono – attività le cifre attestate dai candidati appaiono un bluff; basti pensare che uno dei citati ha letteralmente tappezzato la città per ben due tornate di affissione.
Come sempre c’è un ma. Nelle campagne elettorali i soldi arrivano da diverse strade e molte volte addirittura da qualcuno che dice «prendili perché agli altri li ho già dati». Va bene, possono essere pochi questi mecenati, ma che si faccia una campagna elettorale con qualche centinaio di euro per le elezioni del sindaco di Roma, fa sorgere la paura di avere uno sfigato come sindaco piuttosto che un esperto di spending review.

Non si possono fare campagne elettorali con pochi soldi, questo non può essere confutato.
Anzi, lo è se si utilizza un metodo e delle dinamiche cui sicuramente non sono estranei i candidati e che danno la possibilità di dichiarare quelle cifre.
Diventano possibili infatti se si calcolano tutti gli individui, situazioni, gruppi di persone che arrivano ai candidati e – strategicamente prevedendo la vittoria di uno di essi – si offrono come pagatori effettivi di alcune operazioni, per cui: l’affissione la paga Tizio, l’agenzia Caio, la sede Romolo, le location Remo, e così via.

Sì, è vero, le campagne elettorali innescano un movimento di energie che si muove a costo zero sperando in un ritorno futuro se il candidato per cui ha deciso di fare beneficenza viene eletto, ma queste sono speranze ben lungi dall’essere considerabili come investimento. Va apprezzato in questo caso lo sforzo di chi può offrire una prestazione per sostenere una causa, in tal caso si parla di volontariato e con le cifre non c’entra nulla, perché di quelle di cui stiamo parlando di volontariato se ne incontra poco.
Credo personalmente che i voti si spostano secondo due grosse aree: quella popolare e quella degli accordi. La seconda non è tema di queste due righe, ma la prima sì, e parlare a 2.6 milioni di abitanti non è una cosa da due soldi.

Pensate, vi ho parlato velocemente solo di qualche aspetto, solo di comunicazione e già le cifre sono evidenti, se aggiungessimo il resto?
Ne convenite?

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