Per le imprese il network è come un gioco: funziona soltanto se ci sono premi per tutti

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pubblicato il 12/01/2015 da Centodieci.

Tra le nuove regole del fare impresa, oggi riveste sempre più importanza il networking, anche se dovremmo dire che più che nuovo si tratta di uno strumento rinnovato. Non v’è dubbio infatti che la creazione di relazioni tra imprese è stata da sempre una chiave che ha procurato numerosi successi. Ma network è una parola nuova che ha un senso generico. Vediamo di capirci qualcosa.
Fare network molte volte si riferisce alla costruzione di un certo numero di contatti di cui servirsi in una determinata circostanza, quando la componente quantità è quella che conta. Se ho molte persone nel mio network, mi sarà più utile. Questo è un errore che molti giovani imprenditori commettono spesso, complici anche i tanti strumenti che offre il web, appunto, per fare network. Credendo che più la loro rete di contatti è fitta, più realtà conosceranno l’impresa e quindi le possibilità di essere contattati saranno maggiori.
Ma il concetto di network non può essere legato alla quantità di contatti, né tantomeno a qualcosa che serve per farsi conoscere. Questa è un’operazione che va condotta con alta precisione e chiarezza di obiettivo. Il network va piuttosto inteso come un sistema di business in cui tutti i partecipanti traggono giovamento: seppur generica e superficiale, questa è la definizione che qui ci è utile. L’imprenditore tipo è sempre stato teso a rendere la propria impresa indipendente da qualsiasi legame con altre realtà, proprio per cautelarsi verso chissà quale spionaggio.

Se un tempo l’azienda progrediva solo grazie ai propri investimenti, oggi con il network può limitare le proprie spese perché capitalizza quelle di altre imprese.

Oggi fortunatamente bisogna riconoscere che esistono degli atteggiamenti molto più aperti che, non a caso, provengono da quel panorama di nuove imprese, le startup, che riescono a scoprire nuovi strumenti di sviluppo del proprio lavoro aprendo quegli scenari che fino agli Anni Ottanta e Novanta erano chiusi. Se a quei tempi l’azienda era qualcosa di autonomo e indipendente, che non progrediva se non grazie ai propri investimenti, oggi con il network può limitare le proprie spese perché capitalizza quelle di altre imprese. Questo vale specialmente per chi è ai primi anni di attività, quando la forza per sostenere investimenti è ancora ridotta.
Crearsi un network in questo caso vuol dire aderire a un sistema in cui uno è strettamente necessario all’altro, con la conseguenza che l’assenza di una componente compromette il funzionamento di tutti. Pericoloso? Non necessariamente. Piuttosto vantaggioso sotto altri aspetti, ad esempio la ridotta presenza di competitor: nessuno sarà interessato a diminuire costi e qualità della propria proposta per acquisire un mercato perché comporterebbe l’abbassamento di tutta la qualità del lavoro del network.
Ed è proprio questo che fa la differenza con quello che è successo fino ad ora: il network che oggi creiamo è un sistema che insiste su un gruppo di aziende di pari livello che cercano nel reciproco accordo di costruire una forza capace di affrontare il mercato con l’obiettivo di evolvere. Diverso era il concetto dell’indotto, un sistema in cui aziende più grandi affidavano ad aziende più piccole la produzione o l’erogazione di servizi spesso generando tra quest’ultime una competitività forte a tal punto da promuovere delle operazioni al ribasso che compromettevano la qualità stessa del prodotto finito.

Il network che oggi creiamo è un sistema di aziende di pari livello che cercano nel reciproco accordo di costruire una forza capace di affrontare il mercato.

Il network rappresenta oggi uno strumento davvero prezioso per generare un mercato attorno alla propria attività. Non a caso si parla di network di imprese, cercando delle regolarizzazioni legislative che consentano di stipulare accordi finalizzati a mettere in comune attività e risorse con l’obiettivo di rafforzare la competitività.
Quando poi si parla della costituzione di una propria idea imprenditoriale la valutazione del network è fondamentale. Chiedersi se la nuova iniziativa possa rappresentare l’anello di unione tra due aree ancora non ben collegate di una medesima filiera diventa strategia vincente.
Solo così potremmo renderci pressoché indispensabili e inserirci in un network come una specie di ingrediente essenziale. Solo così qualcuno potrà vederci come lo strumento capace di espandere un mercato in modo che tutte le realtà della filiera abbiano occasione di crescita. Non solo. Questo ci permetterà di diventare il possibile fulcro di un network che potremmo governare come attori principali. Non male!
Non serve essere un economista o un esperto di marketing per capire che se il mio prodotto/servizio sana delle esigenze che ha quel settore specifico, allora una parte di successo sarà assicurata. Ritagliarsi la possibilità di essere fornitore di chi è già sul mercato, fin dall’inizio delle attività della nostra impresa, vuol dire assicurarsi dell’ossigeno per far respirare da subito la nostra azienda e permetterle di sopravvivere e di investire. Vediamola quantomeno come una misura cautelativa che consente un avvio con una fatica meno spossante. Bisognerà stabilire una certa quantità di relazioni con altri imprenditori e, se si è attenti, sarà facile capire che è meglio essere un aggregatore che un aggregato, cercando cioè di strutturare delle caratteristiche per l’impresa che facciano bene sicuramente a noi stessi e poi a un gruppo di aziende che ci può ruotare attorno.
Nella costruzione di un network, che gli strumenti siano evoluti e tecnologicamente avanzati o tradizionali, la dinamica non cambia: si deve creare un sistema in cui un’impresa può promuove e parlare bene di un’altra perché può collegarne l’attività alla propria, perché la riconosce come proprio strumento di successo. Questo vuol dire che quell’impresa sarà portata a fare la stessa cosa e promuovere le attività delle aziende che vede complementari. E non c’è ancora miglior strumento di comunicazione più efficace del reciproco passaparola, che sia tecnologico o meno. Do ut des.

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