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Il nostro futuro professionale, una scommessa fatta insieme all’azienda

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pubblicato il 19/08/2016 da Centodieci.

La formazione è un investimento per il lavoro. Sembra banale, ma in realtà è uno dei concetti base grazie ai quali possiamo costruirci competenza e specializzazione nel mondo del lavoro. Ma qual è il momento in cui l’investimento cessa di essere una spesa per rappresentare una raccolta? Se è vero che non si finisce mai di imparare, è anche vero che in ambito lavorativo ha senso a un certo punto stabilire un rapporto tra investimento e risultati previsti nel futuro.

Non è più il tempo in cui un curriculum di studi è sufficiente a certificare le nostre capacità

Ma fino a quando siamo disposti a puntare? A parole tanto, all’atto pratico molto meno. Perché ci si scorda facilmente che un percorso di formazione è un investimento, specialmente se si è alle prime esperienze, e ci si fa prendere da un’immediata voglia di raccogliere i frutti della propria formazione. Spesso questo si traduce in una forsennata ricerca dell’azienda che paghi meglio la competenza che abbiamo raggiunto. Mossa sbagliata. Che ci piaccia o no, l’investimento vero è proprio comincia nel momento in cui si inizia un lavoro. Non è più il tempo in cui un curriculum di studi è sufficiente a certificare le proprie capacità e, a dirla tutta, più c’è scritto più l’aspettativa di chi ci offrirà quel lavoro si gonfia. Sarà proprio quello il momento in cui il nostro impegno diventa un vero e proprio investimento: se lavoreremo bene, ci sarà riconosciuta quella competenza, altrimenti no.

Troppe persone commettono un errore di valutazione che spesso è fatale: pensare che il primo raccolto dell’investimento speso in formazione sia rappresentato dallo stipendio, e questo fin dal primo lavoro. Non è così semplicemente perché quell’investimento non finisce in un momento preciso, con il termine di uno studio più o meno autorevole ma continua fino a che qualcuno non riesca a riconoscere che in effetti quella competenza c’è, ed è profittevole a tal punto da investirci su. Solo in quel momento la proposta tanto desiderata comincerà ad avere i connotati che speravamo. Troppo spesso, invece, ci si trova di fronte a qualcuno che – sicuro del proprio saper fare – seleziona un incarico piuttosto che un altro in base all’offerta economica che lo accompagna. Se la condizione è questa, la conclusione sarà dichiarare che in giro non c’è più lavoro.

È evidente che non è così e che questa affermazione è solo il frutto di chi non riesce a leggere il comportamento che il mercato sta adottando per cercarsi professionisti davvero competenti. Il lavoro c’è e chi lo offre anche, ma la nuova condizione è che le aziende cercano capacità molto più di prima. Particolarmente nello scenario delle PMI in cui le aziende padronali sono molte.

Accettiamo un riconoscimento economico inferiore alle aspettative per ottenere l’attenzione di un’azienda di valore

Il vero investimento comincia dal confronto con il mondo del lavoro che diventa reale solo al primo concreto incarico. Accettare un riconoscimento economico non sempre “di mercato” a fronte di ottenere l’attenzione di chi ci sta concedendo una chance è l’aspetto finale di quell’imponente investimento che abbiamo scelto di fare, e che rappresenta la vera occasione da non perdere.
Lavorare senza essere pagati, quindi? No, ma partecipare alla possibilità che ci viene offerta sì. Presentarsi davanti a un primo possibile incarico con l’intenzione di investirci su, dimostra di essere sicuri delle capacità per cui ci si propone e nessun imprenditore intelligente e innovativo sarebbe disposto a non riconoscerlo.

L’ultimo atto della scommessa su stessi è avere sempre la possibilità di investire ancora tempo, a volte denaro, e comunque dedizione. Il mondo del lavoro divide i professionisti in due: chi investe e chi spende. Innovativi i primi, ingombranti i secondi. I terzi? Chi cerca solo di raccogliere, ma oggi non è contemplato.

 

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