Il design della mente.

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Capita spesso, da anni direi, di parlare dell’uso (talvolta anche “l’abuso”) della parola design. Ovviamente anncora ne parliamo e nulla è invariato, ma voglio riprendere la questione proprio perché abbiamo notato che si è arrivati al punto finale. A suo tempo mi sono stupito come tutto ciò che abbia a che fare con una, seppur limitata, dose di creatività, venga apostrofato con il prefisso o suffisso design: food design o design strategy, ad esempio. Allora ero – appunto – quasi stupito, oggi sono divertiti, sorridendo dei faticosi tentativi che in ogni campo professionale vengono sopportati pur di inserire la parola design nel proprio ambito professionale. È ridicolo. Sì, è davvero doloroso accorgersi che il design oggi è riconosciuto in molti casi, semplicemente come una parola. Che fine ha fatto il rispetto che suggeriva l’uso di questo termine? Che fine ha fatto il significato che trascinava il concetto “design” quando lo si conduceva in un ambito di studio o di conversazione? Sì sì, c’è poco da fare i difficili, oggi il significato è più smart, trendy, friendly, usually, urban… no, no, forse è meglio fare i difficili.

E se tre anni fa ci stupivamo del binomio food e design (che in giro nessuno ha ancora capito che non si tratta di come lo chef guarnisce un tortino di cioccolato, ma si tratta genericamente del pack con cui viene presentato il cibo sul mercato), oggi tutto diventa più ridicolo. E come posso resistere senza farvi un elenco? Vado: social design, management design, network design, relation design, media design, eco-design, wedding chic design, legal design. Mi fermo ma potrei andare avanti. Allora, che ve ne sembra? Vi è venuto un sorriso, ne sono sicuro. Sembra insomma che oggi per dare una idea di innovazione, di linguaggio, per posizionare il proprio io professionale, ci sia bisogno della parola design. Ora, vorrei davvero fermare qualcuno che sul biglietto da visita si qualifica come relation designer e sapere da lui il perché della parola, ormai un attributo, design. Sono sicuro che ormai il motivo maggiore dell’uso della parola design non abbia molto a che fare con un atteggiamento progettuale su cui insistono discipline complementari, ma piuttosto con una volontà di etichettare la propria attività ad un ambito che sembra vada più di moda degli altri.

Spesso mi soffermo a pensare se tutto questo un giorno arriverà nell’ambito della medicina, ammesso che già non abbia fatto il suo ingresso. Immagino persone che un giorno chiamino per prendere un appuntamento con il visual designer, confondendo un oculista con un illustratore o un grafico; mi soffermo a pensare a chi dirà che lui è un medico differente, perché non si chiama ortopedico, ma motion designer (che in genere è qualcuno che si occupa di design dell’automobile). Forse è troppo e forse è il caso di darsi una regola. Ma meglio essere avanti e per cercare di fare ordine nella mia mente, ora prenderò un appuntamento con il mio mind designer… uno psicologo che sta davvero all’avanguardia.

Tratto da “Livingroome #24”

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