Come trasformare una vecchia azienda in una startup

salva

pubblicato il 26/09/2012

Stiamo assistendo ad un momento di mercato in cui tutto cambia e il panorama che si profila non riesce a definire perfettamente se sono le imprese che devono capirlo o l’Italia delle regole, delle leggi, del fisco che deve adattarsi. Lo spunto ce lo offre Riccardo Luna in quelle poche ma chiarissime righe scritte su Che Futuro! che ci informano sull’insabbiamento della macchina che vedeva prospettarsi la definizione di un decreto che agevolasse la nascita e lo sviluppo di startup. Dietro a tutto questo il Ministero dello Sviluppo Economico. Confortante la conclusione dell’articolo che giustamente attesta l’indipendenza, per una startup, dalla necessità di avere un “permesso” per nascere.

Tutto questo ci permette di approfondire la considerazione del fenomeno startup che, se da un lato è incoraggiabile come nuovo fenomeno di dinamiche creative, dall’altro ci fa costantemente riflettere sul lato dell’impresa. Sì, diciamolo subito, una startup con l’attuale sistema fiscale cui sono sottoposte le aziende italiane, specialmente le PMI, diventa davvero un’impresa (epica) fondarla e sostenerla, nonostante l’adagio recentemente pronunciato da Passera «fare impresa non è più un’impresa» ma fino a che punto è possibile sperare nella definizione di un nuovo sistema di “regole d’impresa” prima ancora che le startup diventino davvero imprese? Prima ancora che esse stesse definiscano un tessuto produttivo per l’Italia tali da diventare interessanti non solo per la propria vocazione creativa e innovativa ma anche per la loro realtà in termini di PIL?
Chi fa impresa lo sa. Sa che quando negli ultimi decenni ha visto qualcosa cambiare è stato perché l’esigenza proveniva di sua sponte direttamente dalla realtà delle cose, vale a dire dalle esigenze reali che le PMI denunciavano. Ovviamente questo è accaduto davvero sporadicamente, ma fatto è che le norme non cambiano “se qualcuno dovesse fare…” ma cambiamo “visto che in tanti fanno già…”. La realtà delle cose, per essere davvero sinceri, recita che le norme cambiano “perché servono al sistema”, ma questa è altra storia.
Il fenomeno, dunque, della nascita di startup è quanto di più auspicabile possa essere sostenuto da tutto il nuovo mercato che ormai stiamo vivendo, ma viene da pensare che forse bisogna aspettare del tempo in modo che quel fenomeno diventi un modo nuovo di “fare impresa” in cui la scommessa vera non è solo avere un’ottima idea innovativa, ma riuscire ad attivarla in un sistema come quello Italiano, quello attuale, riuscendo ad incoraggiare un numero di iniziative imprenditoriali quantitativamente significativo per poter dire di esserci in termini di mercato e di profitto che si riesce a creare. A quel punto forse sarà più facile non solo farsi ascoltare, ma riuscire a fare anche la voce un po’ più “grossa” capace di ottenere il cambiamento o l’assunzione di nuove dinamiche per “fare impresa”.

A volerci confrontare davvero con lo stato delle cose, bisognerebbe ammettere – e anche qui chi fa impresa, lo sa – che se si adottando nuovi regimi semplificati e “innovativi” per fare startup, non si vede perché non si possa fare la stessa cosa con i regimi che attualmente sopportano le PMI. Allora sì che si solleverebbe un gran polverone. Molte imprese non aspettano altro che questo per poter riprendere slancio dopo il lungo momento di stasi che il mercato ha proposto. Se si semplificano le burocrazie e le dinamiche di gestione di un’impresa, se si possono costituire nuove aggregazioni di persone, nuove gestioni di patrimoni e investimenti, il vero fenomeno auspicabile non è più quelle delle startup, ma delle restart.
Modificare, ad esempio, tutto quello che è il portfolio delle dinamiche che gravano sulla gestione del personale, non sarebbe auspicabile solo per le startup, ma – in primis – per le aziende che già operano e che vedrebbero nella riduzione degli sgravi, ad esempio, un possibile strumento per investire diversamente. Insomma, strumenti di rilancio.

Viene da pensare che «le startup italiane sono fatte, ora bisogna fare l’Italia», ma questo apre davvero il dubbio sulla possibile nascita di un fenomeno tipicamente italiano in cui tante imprese che possono avere un’innovazione nel cassetto ma impossibilitate a sostenerla, chiudono per riaprire come startup, viste le innegabili agevolazioni del caso, generando la nascita di un panorama di imprese in cui le vere aziende startup dalle aziende “rifatte” si distinguerebbero davvero con molta difficoltà.
Tutti questi sono spunti, vanno evidentemente approfonditi, ma, in conclusione, ancora una volta, ci viene da pensare di utilizzare quelle leve di creatività e innovazione per il rinnovo delle imprese che già esistono, piuttosto che ripartire da zero, “costringendo” così la burocrazia a cambiare già solo perché sono cambiate le imprese. Startup non è un vocabolario nuovo – forse – ma una parola che deve integrare un vocabolario che già esiste e introdurvi appunto un significato evoluto.

Pubblicato su CheFuturo! 26/09/2012

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