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Cinque regole per costruire il nostro miglior brand. Noi stessi

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pubblicato il 10/03/2016 da Centodieci.

Il mondo del lavoro è cambiato. Una frase che non ha ormai nulla di sensazionale e che, detta così come tanti fanno, non ha molto senso. Non c’è dubbio però che sia vera.
L’unica difficoltà è capire quali siano stati questi cambiamenti. Sicuramente uno è il modo con cui i professionisti si propongono sullo scenario professionale. Il curriculum di una volta ha lasciato spazio alle nuove dimensioni dei profili pubblicati sulle business community della rete.
Questo ha contribuito alla nascita di una nuova modalità di presentazione delle proprie competenze: il personal branding.

Seguiamo alcune regole per costruire il nostro brand ed eviteremo di autocelebrarci

La parola cela significati vasti ed è diventata un termine trendy il cui uso si è trasformato in abuso. E l’abuso di un termine porta a scollarlo dal suo significato reale. Vale la pena asciugare il concetto.
Il personal branding è una modalità di presentazione di se stessi che ha l’obiettivo di rendere interessanti le proprie competenze alla stregua di una promozione commerciale di prodotto. Un’operazione che quindi tocca un ambito che ha delle sue regole da cui non si può prescindere. Se applicate al personal branding possono renderlo uno strumento efficace, altrimenti esso può rivelarsi una autocelebrazione del tutto inadeguata.

Ecco 5 spunti da considerare prima di pensare di poter costruire se stessi come brand.

1. La strategia è il successo di un brand
Suona bene, suona male, mi piace o no. La creatività non è qualcosa che si vede o che si sente, ma è quell’intuizione da cui si parte per costruire una strategia, possibilmente inedita: è questa che creerà il vero messaggio di brand. L’obiettivo del personal branding è proporsi come uno strumento strategico per arrivare ad un determinato risultato che si deciderà insieme a chi ci sceglierà. Essere la marca di se stessi vuol dire proporsi come strumento efficace. Nessuno ci sceglierà perché siamo stati capaci a “brandizzare” noi stessi, ma perché dimostriamo di saperlo fare con altri ed è per questo che è necessario costruire strategie differenti per presentarsi a realtà differenti. I professionisti a cui ci si rivolgono le aziende devono proporre la chiave che possa far distinguere quella azienda, emergendo, dai competitor. Presentarsi come qualcosa di poco declinabile porta le aziende a pensare che il nostro personal brand è uguale per tutti i nostri interlocutori mentre deve essere chiaro che ogni nostro prodotto è fatto su misura.

2. Il personal branding non è una pubblicità
Possiamo negarcelo quanto vogliamo, ma in genere in pubblicità non si eccelle per lealtà. La pubblicità ha l’obiettivo di rendere un prodotto unico, irripetibile, il migliore, a costo di affermare primati assoluti non sempre veritieri. Il personal branding ha invece bisogno di una grossa dose di lealtà perché questa è una delle prime componenti che chiunque considererà per valutarci. La verifica dei contenuti che comunichiamo è la prima azione che farà ogni destinatario del nostro messaggio a cui non piacerà scoprire che ci stiamo autocelebrando per fare un buon effetto. Trasformare se stessi in un brand non vuol dire credere di essere un prodotto di cui elogiare le qualità, ma comunicare un valore che non è ripetibile. A differenza del tradizionale curriculum finalizzato ad informare qualcuno di ciò che abbiamo fatto, il personal branding dovrà trovare il modo di farci risultare come la marca di qualcosa che nessun’altro ha.

3. La parola branding è delicata
Il personal branding viene spesso tradotto come la trasformazione della propria immagine nella marca di qualcosa. Sarebbe troppo lungo spiegare tutti i motivi per cui questo non è corretto. Ci basti sapere che la costruzione di un brand è un processo che non è imputabile solo ad un atto creativo ma che, soprattutto, è qualcosa che nasce da uno studio approfondito dello scenario cui ci si presenta che passa per economia, sociologia, psicologia. È per questo che il personal branding non può essere ridotto ad una bella presentazione. Il primo passo da fare, dunque, è valutare se si è veramente di fronte ad un carnet di competenze che possano trasformarci in un brand.

4. Forma e funzione
Il personal branding vive la perversione della forma. Vuol dire che non conta solo quello che si dice ma anche la presentazione dei contenuti. Troppo spesso però si dedica tanto tempo a costruire una forma ai contenuti che sia sensazionale commettendo l’irrimediabile errore di puntare più sugli effetti speciali che sulla sostanza. Non bisogna dimenticare però che il destinatario del nostro messaggio in genere è qualcuno professionalmente più maturo di noi – altrimenti non avrebbe senso proporsi alla stregua di un brand – e lo sarà a tal punto di essere perfettamente capace di vedere cosa c’è a fuochi di artificio conclusi. Uno degli errori più frequenti è quello di considerare il modo con cui ci si presenta al pari dei contenuti che esso contiene. Se questo va bene per le aziende – e forse neanche lì – per le persone è del tutto inadeguato. Non stiamo comunicando quello che abbiamo fatto, ma quello che siamo capaci a fare. È sostanzialmente differente.

5. Se sei marca, allora fai la marca
Il branding di una azienda non è un momento che si vive all’inizio del proprio essere marca. È un processo che solo se condotto correttamente porta a dei risultati. Nessun grande marchio è nato grande e non lo rimarrebbe senza una costante costruzione del proprio brand. Con il personal branding la scena non cambia. Bisogna essere disposti a spendere molto tempo a costruire il proprio valore di marca. Il personal branding vuol dire dimostrare di avere competenze in autonomia, cioè anche in quei momenti in cui, senza che ce lo chieda nessuno, abbiamo la possibilità di testimoniare il nostro “saper fare”. Costruirsi un blog è uno delle componenti principali ma questo vuol dire creare una vera e propria house organ in cui, oltre al proprio io, compaiano notizie sensibili al mercato cui la nostra specializzazione si rivolge. Cercare tutto quello che può dimostrare quanto possiamo essere necessari ad una data situazione e presentarsi quasi come super partes rispetto a se stessi. E sarà la stessa cosa per l’uso dei social. In un certo senso è come se si dovesse incaricare qualcuno di esterno a noi stessi nel promuovere il nostro valore.

Il personal branding rischia di diventare un fenomeno di costume come ogni cosa che fa leva sul nostro io. Ma va assolutamente capito il perché esso oggi prende piede: non è più il tempo in cui basta inviare un curriculum per fare un colloquio dove si risponde a delle domande. Il personal branding nasce perché le aziende oggi da un possibile candidato vogliono proposte piuttosto che risposte ed è per questo che il personal branding comincia non dallo studio di cosa si vuole dire di se stessi, ma da cosa il mercato cui ci rivolgiamo sta cercando. Solo così si potrà fare di se stessi una marca che duri di più del successo di una hit stagionale.

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